“Anche se non vi fosse né Inferno, né Paradiso, io vorrei sempre amare Dio, perché lo merita”

San Giovan Giuseppe della croce, al secolo Carlo Gaetano Calosirto nacque ad Ischia il 15 agosto 1654, giorno dedicato al trionfo di Maria Assunta in cielo. Quello stesso giorno fu portato nella medesima Chiesa Cattedrale, allora situata sul Castello Aragonese, per ricevere il Battesimo.

Sarà proprio la Madonna l’amore della sua vita. Nel 1656 a due anni il piccolo Carlo fu colpito dalla terribile epidemia della peste che devastò il Regno di Napoli e non solo. Siccome si temeva che il fanciullo non sarebbe sopravvissuto ricevette il sacramento della cresima a questa prematura età. I genitori disperati decisero di portare il bambino dalla Madonna della Libera, tanto amata e invocata dagli Ischitani fin dai tempi più antichi, per chiedere la grazia della guarigione dell’infante. Così mentre salivano alla chiesetta sul Castello sentirono il bimbo piangere e, aperte le fasce, si resero conto che i bubboni della peste erano miracolosamente spariti.

Carlo Gaetano cresceva tra le stradine e le spiagge del  nativo “Borgo di Celsa”  ovvero l’attuale Ischia Ponte. Studiava nel convento agostiniano di Santa Maria della Scala. Nutriva nel suo cuore una particolare attrazione per Gesù Crocifisso, la quale aumentava con il passare dei giorni. Dilettava la sua anima  con la lettura della Parola di Dio, libri spirituali come ad esempio quelli di S.Agostino che gli piacevano molto. Quando era solo amava leggere nel silenzio, se vi erano nei suoi pressi anche altre persone leggeva invece ad alta voce, era il suo modo per far conoscere a tutti “l’Amore di Dio”. A 10 anni il piccolo Carlo abbraccia una grande croce: la morte del padre. Continua a fortificarsi con la preghiera e con la carità. Aveva infatti un’attenzione particolare per i poveri, molte volte digiunava e dava ai più bisognosi i suoi pasti. Si distingueva dagli altri suoi coetanei per la sua umiltà. Ottenne il permesso di ricevere l’Eucaristia frequentemente in un tempo in cui non era possibile farlo per gli adulti, tantomeno per i ragazzi. Ma sentiva però che tutto questo non bastava. Nutriva un desiderio più profondo, quello di seguire Cristo sulla croce. Rimase colpito da un incontro avvenuto nell’agosto del 1669 con due frati scalzi appartenenti all’ordine di San Pietro d’Alcantara, comunemente chiamati “Alcantarini”. “Il Santarellino”, così denominato un po’ da tutti, decide di entrare come religioso in quest’ordine e va a Santa Lucia al Monte a Napoli da padre Carlo delle Piaghe per fare discernimento sulla sua vocazione.

Il 18 giugno 1670 dopo una radicale scelta a soli 16 anni entrò nel noviziato e, dopo cinque giorni, invece degli otto prescritti, veste il sacro abito assumendo il nome di Giovan Giuseppe della croce e quello stesso giorno durante la vestizione riceve una grazia dalla Madonna, ovvero quella di guarire all’istante da una forte febbre. Quel saio inoltre gli ricorda anche il giorno del suo sposalizio con Cristo e per questi motivi egli non cambierà mai la sua veste, nonostante gli strappi e l’usura del tempo. Avendo lavorato la tessitura di bottoni fin da piccolo, sapeva cucire bene, e applicava su ogni strappo una toppa. Il suo saio con il passare del tempo, tanto era rappezzato che veniva chiamato “Frate cento pezze”.

 Il 12 luglio 1674  con i primi 11 frati e padre Giovanni di Santa Maria andò a Piedimonte d’Alife ed il 15 luglio salirono la montagna occupando il conventino di Santa Maria Occorrevole, immagine che al Santo ricordava tanto la sua amata Madonna della Libera. Nel 1675 iniziò la costruzione del dello stesso conventino. Ma Fra Giovan Giuseppe nonostante il lavoro non trascurò la cura delle anime e dei corpi, prendendosi cura dei lavoratori. Il 14 settembre 1676 il fratello Francesco, da laico, prese i voti dell’ordine alcantarino con il nome di fra Rufino della croce. Fra Giovan Giuseppe quello stesso anno, il giorno della festa di San Gennaro, a cui era molto legato, divenne diacono. Faceva molte penitenze, ma sempre senza darlo a vedere. Oltre a strumenti di penitenza soffiva anche per delle piaghe alle gambe, una malattia che lo accompagnerà tutta la vita. Molte volte infatti lo si vedeva perdere sangue dalle gambe. Ma nonostante tutto era sempre nella gioia. Dormiva inginocchiato su una tavola di legno non più di tre o quattro ore a notte per non dare troppo lusso e benessere al corpo ed era  il primo che si alzava nel cuore della notte per andare a cantare le Lodi dell’Altissimo. Offriva ogni dolore e sofferenza al Signore. Il Superiore per metterlo alla prova lo fece prostrare con la faccia a terra e restò così fino ai nuovi ordini.

Il 29 settembre 1677, festa di San Michele Arcangelo, a 23 anni fra Giovan Giuseppe celebra la sua prima Messa. Divenne sacerdote per obbedienza poiché voleva restare diacono come San Francesco. Gli fu affidato fin da subito il ministero delle confessioni nonostante egli facesse presente della sua carenza di studi necessari per questo compito, ma il superiore che ben lo conosceva, ritenne che aveva più esperienza di tanti che avevano passato lunghi anni sui libri. Divenne presto confessore e padre spirituale di tante illustri personalità ecclesiastiche e laiche, tra le quali anche tanti futuri santi come Sant’Alfonzo Maria de’Liguori, Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe e San Francesco de Geronimo. Dolce e amabile con gli altri, anche quando muoveva rimproveri, severo ed esigente con se stesso.

Nel 1677 sull’esempio di San Francesco e del Monte La Verna, fra Giovan Giuseppe sul Monte Muto inizia a costruire l’Eremo della Solitudine del Divino Amore. Consacrò il bosco a San Michele Arcangelo e una grotta da cui scoprì una sorgente d’acqua prodigiosa, mentre la chiesa la dedicò a Santa Maria degli Angeli, ad imitazione della Porziuncola di San Francesco d’Assisi. Fra Giovan Giuseppe inoltre camminò tutta la vita scalzo, nonostante le piaghe e i dolori alle gambe, e con lo sguardo rivolto verso il basso. Nel 1680 fu nominato guardiano del convento di Piedimonte d’Alife, incarico che accettò sempre per obbedienza e contro il suo volere. Rimase comunque dedito ai lavori più umili, curante della preghiera e delle anime affidate. Era solito lavare i piedi ai frati di ritorno dalla questua. La provvidenza ai frati non mancò mai; il Signore infatti operò molti prodigi attraverso il suo servo benedetto. San Giova Giuseppe non fu esente, durante la sua vita, da paure, dubbi e “notti oscure”. L’Onnipotente desiderava che attraverso la prova del fuoco, la sua “crisi mistica”, l’anima del santo si purificasse dalle ultime scorie del mondo. Nel 1684 fu rieletto guardiano, supplicò il cardinale Barberini, protettore dell’ordine di evitargli l’incarico, ma ciò rafforzò la decisione presa. Nel 1688 torna ad Ischia per riabbracciare la madre moribonda e celebrarne poi il funerale. Fu rieletto ancora guardiano e maestro dei novizi a Santa Lucia al Monte. Ritornò ancora ad Ischia per obbedienza ai superiori in quanto la sua salute era precaria e necessitava di cure e nel 1964 fu costretto ad indossare i sandali preparati dal fratello Tommaso. Per una malattia allo stomaco non poteva più bere e quel poco cibo che assumeva era poco e povero. Sostenne che bastava nutrirsi di Cristo per poter vivere.

Il Signore gli fece concesse tanti carismi e doni come la bilocazione, la profezia, la lettura dei cuori, la levitazione, il dono della guarigione e della liberazione, le apparizioni delle Anime del Purgatorio, della Madonna, di Gesù, e tanti miracoli come anche la resurrezione di un bambino.

Il 28 aprile 1696 viene eletto Definitore. E’ il primo italiano a guidare l’ordine degli Alcantarini in Italia. Nasceranno purtroppo calunnie contro di lui e divisione tra i due rami, e ciò lo farà soffrire tanto, ma pregherà incessantemente per l’unità. Questa sarà una delle croci che gli porterà più dolore nell’anima. Girò a piedi, aiutato da un bastone che sosteneva il “frate asino” del suo corpo, tutti i conventi della provincia e si prese cura della direzione spirituale di più di 200 frati. Si dimostra un eccellente uomo di governo capace di adempiere al meglio ai suoi doveri , rimanendo sempre umile amante della croce. Spesso lo si sentiva cantare lo “Stabat Mater” a ricordare la spiritualità che il suo nome aveva sposato.

Nel 1702 Napoli fu colpita dal terremoto, e San Giovan Giuseppe si aggirava per i vicoli della città in cerca di persone a cui arrecare sollievo. Era chiamato da tutti “Il Santo” o anche “il Padre dei poveri”. La sua fama di santità crebbe a dismisura tanto da arrivare alle orecchie del Vicerè di Napoli. Rimase sempre dalla parte degli ultimi nonostante la sua salute fosse in peggioramento. Gli fu tanto cara l’immagine di una Madonnina su un quadretto realizzata e regalatagli dal pittore napoletano Paolo de Matteis. Fu proprio davanti a questa Santa Immagine che più volte ebbe le apparizioni della Madonna e tra le tante ricevette tra le braccia il Bambino Gesù. Fu tanta la luce emessa che in quell’apparizione il Santo perse la vista ad un occhio.

Il 19 settembre 1720 festa di San Gennaro al Duomo di Napoli, si verificò il “miracolo del bastone” di San Giovan Giuseppe: il santo aveva perso tra la folla il suo bastone, e non riuscendo a camminare aveva difficoltà nel ritornare a casa. Non voleva infatti prendere la carrozza che considerava un lusso e chiese al Patrono di Napoli la grazia di riavere il bastone per poter tornare al convento. Pochi istanti dopo si vide il bastone del santo volare sulla folla e ritornare al proprietario.

Nel 1722 gli alacntarini spagnoli decisero di riunirsi a quelli italiani, dopo i gemiti e le lacrime del santo ai piedi del crocifisso, le sue fatiche e le sue apologie avevano trionfato sull’umana cattiveria e fu riconquistata l’unità tanto sperata.

Negli ultimi anni il Santo fu colpito da paresi e doveva essere trasportato su di una sedia,  ma fino all’ultimo momento non si sottrasse al ministero delle confessioni e della direzione spirituale. Annunciò la sua morte ai frati, profetizzatagli dal Signore, che avvenne venerdì 5 marzo 1734. Il Santo si mostrò in volto radioso e placido, come se fosse scomparso ogni dolore. Pochi istanti prima di morire raccomandò ai frati la Madonna, intendendo affidare il suo quadretto tanto caro, poiché come gli fu rivelato dal Signore, tutti coloro che l’avrebbero pregata con fede sarebbero stati ricolmati di grazie. San Giovan Giuseppe muore a mezzogiorno al suono delle campane a Napoli nel convento di Santa Lucia al Monte. Nello stesso momento apparve  glorioso al barone Bassano per consolarlo nelle infermità e promettendo la sua preghiera dal Paradiso e contemporaneamente anche nella città di Capua al duca Diego Pignatelli.

La notizia della morte si diffonde rapidamente, tutti accorrono a dare l’ultimo saluto al tanto amato “frate cento pezze” che continuò, come promesso, ad intercedere tante grazie e miracoli presso il Signore. Poco tempo dopo la sua morte uscì la prima Biografia e negli anni a seguire si esaminarono i manoscritti del Santo. Il 22 febbraio 1767 si apre il processo apostolico sulla fama di santità e il 5 maggio 1770 quello sulle virtù e i miracoli che furono poi approvati nel 1788. Il 24 maggio 1789 nella basilica vaticana è grande festa: Giovan Giuseppe viene ascritto tra i Beati. Nel 1790 E’ Ascritto tra i santi compatroni di Napoli e della Campania.

Papa Gragorio XVI canonizzo San Giovan Giuseppe il 26 maggio del 1839 insieme a Sant Alfonzo Maria de’Liguori, San Pacifico, Santa Veronica Giuliani e San Francesco de Gironimo.

Fu definito il “più bel fiore d’Ischia”, oggi la gente affettuosamente lo chiama “il Zelluso”. Nel 1963 viene firmato il decreto si nomina del Santo a patrono dell’Isola e Diocesi di Ischia. Le sue spoglie mortali restarono a Santa Lucia al Monte fino al 30 settembre 2003, giorno in cui furono traslate nella chiesa francescana di S. Antonio in Ischia ed ogni anno in occasione del Solenne Novenario vengono portate in Processione al Santuario in Ischia Ponte.

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